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Sentirsi vivi a Teheran

Mi sono appena svegliato, mi alzo faticosamente dal letto e dopo aver disbrigato le pratiche igieniche del mattino mi appresto ad una frugale occhiata alla rassegna stampa Italiana. Cerco una connessione internet nell’hotel di Kashan che mi appresto a lasciare per dirigermi verso la capitale. Nemmeno a farlo apposta la rassegna stampa si apre con la perentoria dichiarazione del presidente Trump di una tolleranza zero nei confronti della politica di armamento dell’Iran, il paese che sto visitando ormai da 2 settimane. Chiudo la valigia, controllo l’attrezzatura fotografica, mangio qualcosa e mi porto verso il bus con cui raggiungerò Teheran. Inizio la giornata di viaggio verso la capitale di un paese completamente differente dalle mie aspettative e non posso non pensare alle notizie appena lette. L’ennesima coincidenza della mattina si consuma quando la guida mi dice che sulla strada che attraverseremo incroceremo un impianto di arricchimento dell’uranio e mi invita a non esporre dal finestrino, nessun altro dispositivo che possa catturare immagini, la pena potrebbe consistere in un arresto.
Annuisco ma la mia mente è già dentro a quell’impianto, oltre le sue staccionate e guardianie. Sono già nella sua “control room” e tra le centrifughe dove avviene l’arricchimento di isotopi del più discusso minerale del pianeta. L’attuale ingegneria nucleare consente di costruire impianti che non abbisognano di arricchimento del minerale, necessità che, inutile dirlo, è ad oggi solo dell’industria militare. Il verdetto è senza prova di appello, il paese che da giorni sto visitando si sta armando, questo è certo. E=mC^2, l’equazione più conosciuta di questo mondo, come insegnano sui banchi di scuola, a destra e sinistra dell’uguale, le quantità devono essere le stesse e del resto, se così non fosse, non potrebbe essere un’uguaglianza ma semmai una disuguaglianza. Una variazione sub-nucleare di materia, la m a destra dell’uguale, viene accidentalmente moltiplicata dalla natura per un fattore enorme, gigantesco, cioè la velocità della luce al quadrato (3 x 10^8)^2, facendo sì che quella benedetta E, l’energia liberata, a sinistra dell’uguale, proprio per rispettare l’uguaglianza, sia a sua volta un numero estremamente alto. Una par condicio fisico-matematica i cui effetti sono noti a tutti.


La macchina ha lasciato Kashan da qualche mezz’ora e io, continuo a pensare all’Iran, alle sue piazze, la sua gente e tutte le sue manifeste contraddizioni che lo rendono una voce fuori dal coro dello scacchiere arabo. La voglia di far parte di un mondo che sembra non volere questo paese è negli occhi di tutti i suoi abitanti e per più di una volta durante la mia permanenza, mi è stato chiesto da comuni passanti di poter fare una foto con me, nemmeno fossi una star di Hollywood. La gente ti offre cibo nelle piazze e ti saluta da lontano quasi a dire esisto anch’io. Ma il perché del suo armamento e il perché dell’ostilità americana mi sfuggono e certo non voglio rifarmi a qualche facile e banale teoria complottista. Rimango lì, guardo il paese e penso. Penso alla magnifica moschea rosa di Shiraz, all’incantevole piazza di Esfahan, a Persepoli e Pasargade e alle torri del vento, ancestrale opera di ingegneria della climatizzazione.

Penso a questo Islam sciita visibilmente differente dal mondo sunnita con cui ho lavorato per circa due anni. Penso alle meravigliose donne Iraniane, ai loro nasi rifatti e a come vestono l’hijab portandolo a metà capo quasi a dire, obbedisco, tuttavia questi sono i miei capelli. Penso a come la civiltà persiana sia ancora visibilmente presente nel sangue che scorre nelle loro vene, come del resto quella greco romana è nel mio.

Si è fatta ora di pranzo e ci fermiamo per sgranocchiare qualcosa. Chiedo alla guida dove si trova l’impianto e mi dice che dista poco da dove siamo. Ripartiamo e poco dopo si gira dicendomi: “Eccolo”. Dista qualche centinaio di metri dalla strada principale e a guardarlo da fuori mai si potrebbe pensare che questo impianto e altri, della stessa tipologia, vadano a creare una delle più grandi spaccature della politica estera dei paesi che formano da una parte lo scacchiere arabo e dall’altra le Americhe, ma così è. Obbedisco alla guida e non faccio foto, anche perché non si vede altro che qualche stabile avvolto da molto filo spinato, e dopotutto quell’impianto sarà già fotografato da diversi satelliti per centinaia di volte al giorno per cui gli risparmio i miei scatti. Certamente nulla di visibilmente impressionante ma nei sugli hangar decine di centrifughe stanno giornalmente contribuendo all’arricchimento dell’Uranio.

Ormai siamo arrivati a Teheran, e domani partiremo per rientrare in Italia. Abbiamo una camera prenotata e la giornata è ormai terminata, così come il mio viaggio, ma non senza un’ultima dovuta coincidenza. Nella hall dell’hotel troneggia un maxischermo dove l’attuale leader del paese Hassan Rouhani sta trasmettendo un comunicato di risposta al presidente Trump. Ovviamente parla in Farsi, la lingua locale, pertanto chiedo ad un ragazzo al mio fianco di tradurre quello che sta dicendo. Il mio nuovo e improvvisato interlocutore mi guarda e sorride: inizia a dire che l’America ha accusato l’Iran di finanziare il terrorismo ma che in realtà sono gli americani i veri finanziatori, poi si interrompe, toglie gli occhi dallo maxischermo e riferendosi al presidente Trump e al leader Rouhani mi dice: “Sono entrambi pazzi”.

La luce abbagliante del maxischermo quasi mi acceca, le parole del mio improvvisato traduttore mi agitano ma voglio che continui. Intanto ricevo un messaggio dalla bellissima Zehore, una ragazza iraniana conosciuta sulla piazza di Esfahan mentre scattavo foto da appendere al calendario della mia vita, mi dice che vuole rivedermi e mi chiede dove mi trovi. Improvvisamente mi sembra di non capire più nulla, sento di trovarmi al cospetto del mondo in tutte le sue manifestazioni: la bellezza, il caso, l’arte della guerra, l’amore, l’eros e la passione. E’ come se un cocktail di emozioni, di attributi dell’espressione umana e della fisicità del pianeta mi avesse drogato. Il mio nuovo interlocutore rompe la mia estasi al termine del discorso del suo leader dicendomi: “Hassan dice di prepararsi ad un conflitto nucleare”.

Come un treno lanciato a tutta velocità, centinaia di immagini mi attraversano la testa, piazze, moschee, formule matematiche, spezie, mercati, impianti. Vorrei parlare al pianeta, ma come un bambino appena nato non so come. Sono impietrito e ho paura, ma mi sento vivo. Di fronte a me ancora per una volta il logos e il caos consumano la loro consueta gara di ballo. Li lascio danzare e mentre mi guardano tremo, ma faccio di tutto perché non se ne accorgano; la loro unione è nella logica del mondo, nel suo farsi e disfarsi, nel suo disporsi ed opporsi, nel suo procedere ed incedere, nel suo evolvere e involvere. Chiudo gli occhi e respiro. Mi sento vivo a Teheran.
TESTO Marco Galeazzi  FOTO Massimo Bicciato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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