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MAGICA KEREN

Dagli anni lontani in cui trascorrevamo a Keren giorni felici di vacanze, a oggi, la bianca cittadina che dista soltanto novanta chilometri da Asmara, ma è molto diversa dalla capitale dell’Eritrea, non ha perso il suo fascino da racconto delle mille e una notte. Non è cambiata Keren, anche se non ci sono più le numerose botteghe dei commercianti indiani, e se i tre tucul che si vedevano inlontananza, dove, si diceva, trascorressero le vacanze nobili e raffinati personaggi milanesi, non si vedono più. Ma i colori, i profumi, i richiami di un’infinità di uccelli variopinti, i mercati, gli artigiani, le voci, sono uguali nel tempo.  C’è un fortino, su uno dei monti che circondano la cittadina, e guardandolo si pensa ai tragici giorni in cui i soldati italiani, come sempre male equipaggiati, si batterono con grande coraggio, affiancati da valorosi ascari, nella battaglia che vide frantumarsi tanti sogni e illusioni. Fu l’ultima battaglia contro l’esercito britannico, e oggi un cimitero militare, molto curato, ricorda i caduti. Nomi di comandanti, di semplici soldati, alcuni giovanissimi. Nessun nome sulle tombe degli ascari, ma la scritta “ Ignoto “.

L’albergo Sicilia, con le stanze che si affacciavano su un giardino ricco di colori e di profumi, era un luogo da noi molto amato. L’aspetto, l’accento, l’ospitalità del proprietario, i suoi racconti e la cucina ricca di specialità siciliane, davano l’impressione che quel luogo fosse stato prelevato dalla lontana Sicilia e portato in quell’angolo d’Africa da un Mustafà possessore di tappeti volanti. Noi bambini ci incantavamo ad ascoltare i due pappagalli parlanti, attrazione dell’albergo, sempre pronti a lanciarci il loro dispettoso richiamo “brutto cattivo vieni qui”. Le passeggiate sul letto del fiume in secca, allora non lo chiamavamo wadi, erano straordinarie avventure dell’immaginazione. Trasformavamo quei luoghi caldi, sabbiosi, nelle misteriose foreste o mari salgariani, i ramarri diventavano coccodrilli, tra il fogliame sulle sponde del fiume gli occhi delle gazzelle erano quelli di terribili tigri, e anche alle spaventate lepri venivano dati, a loro insaputa, ruoli importanti. Correndo, lottando, gridando, sconfiggendo nemici, arrivavamo stanchi, sudati, ma vittoriosi alla meta, l’inespugnabile fortezza rappresentata dai tre tucul. E allora non restava che attendere, tra il ronzio degli insetti e i canti degli uccelli, che qualcuno venisse a prenderci per riportarci in albergo.Trascorsero molti anni, la lunga guerriglia di indipendenza contro i militari etiopici causò perdite e lutti anche alla bianca cittadina del bassopiano. Eppure, tornandoci dopo la nascita dell’Eritrea libera, Keren mi apparve uguale nel tempo, avvolta da una luminosa atmosfera di racconto d’oriente.

Un giorno, qualche anno dopo la fine della guerriglia, decido di andare a Keren in corriera. Vado al mercato delle granaglie di Asmara e chiedo all’autista a che ora parte la corriera.” Quando è piena “ risponde. Nessuno perde la pazienza aspettando per ore che la corriera si riempia. Si chiacchiera, si fa un giro per il mercato, si torna a controllare quanti passeggeri ci sono. E infine si parte. Donne con grandi cesti, con galline e galli dalle zampe legate, bambini con jellabie o con i jeans che offrono generosamente, incoraggiati dalle madri, chichingioli e noccioline all’unico passeggero bianco, vecchi musulmani silenziosi. L’autista affronta con spavalderia la strada che si snoda verso il bassopiano tra precipizi e montagne ricoperte da agavi e euforbie, ed ecco la brusca frenata sul ciglio di un burrone. Mi sembra di sentire le voci di chi mi aveva sconsigliato di viaggiare in corriera.

Forse questa è la fine, tutti gridano, vengono buttati qua e là dall’improvvisa frenata, il terreno cederà e ci ritroveremo in un altro dove, speriamo bello come l’Africa. Ma non siamo noi a precipitare,  è  precipitato a mezz’aria il capretto legato sul tetto, l’autista se n’è accorto e ha frenato. Il povero capretto bela con le forze rimaste. Sollievo, siamo salvi, ma bisogna salvare anche il terrorizzato capretto. I bambini saltano giù dalla corriera gridando e noi li seguiamo, così prendiamo anche una boccata d’aria , osservando, nel precipizio, i resti di un camion. Il capretto viene slegato, gli si trova, tra risate e grida, una sistemazione d’emergenza sulla corriera strapiena. I bambini cercano di consolarlo, ma lui bela guardandoci con occhi impauriti. Finalmente l’autista può correre nella lunga strada del bassopiano, si costeggiano le piantagioni di Elaberet dove un tempo andavamo in gita scolastica e si faceva il picnic sulle panche sotto gli alberi di mango. In anni lontani un geniale imprenditore veneto, Guido De Nadai, faceva crescere di tutto in questi luoghi, si facevano anche i formaggi, i salumi,  il parmigiano “eritreo”.Incontriamo i mitici baobab, i sicomori, e finalmente arriviamo a Keren. Donne sottili avvolte in abiti e veli color arancio, rosso, viola, verde, blu, tutti i colori del mondo, camminano con naturale eleganza, un ragazzino corre tirando con una fune un cammello.

Scendiamo alla stazione delle corriere, vicina a quella che un tempo era la piccola stazione ferroviaria. Saluti, voci di bambini, sistemazione di galli galline e capretto, festose accoglienze di parenti e amici, anch’io sono coinvolta nei saluti, come se conoscessi da sempre i miei compagni di viaggio. Ed è  anche questo il fascino dei viaggi sulle corriere, in Eritrea.

Mi dirigo, emozionata, all’albergo Sicilia, e nonostante il mio senso di disorientamento, riesco a trovarlo. Mi guida, da lontano, la grande macchia rossa delle bouganvillee. Non c’è più il vecchio proprietario, né le petulanti cocorite, e il giardino è una corte dove chiacchierano, fumando, i camionisti in sosta per la notte. La giovane impiegata dell’albergo, riservata e gentile, mi porge la chiave dicendomi che mi dà la camera migliore che hanno. Nella notte, ai richiami degli uccelli e degli animali selvatici, al rullio di tamburi lontani, si unisce lo sgocciolio senza sosta di un rubinetto che perde. C’è ancora molto da fare, dopo le ferite della guerra, per migliorare i pochi alberghi rimasti. A me basta essere a Keren.

ll lunedì è il giorno del mercato dei cammelli. In un vasto spazio di polvere e sabbia, i mercanti con le lunghe jellabie e i gilet comprano, vendono, contrattano. Centinaia di cammelli attendono al sole, pazienti e imperturbabili, instancabili e preziosi compagni di lunghi viaggi attraverso deserti e altipiani. I piccoli stanno accanto alle madri, in attesa anche loro. E’ uno spettacolo affascinante, ma chissà quanta fatica per i mercanti, giovani e vecchi, arrivati a piedi da villaggi lontani, con il danaro dentro le tasche dei gilet e la speranza che la giornata sia propizia. Non hanno tempo da perdere con i turisti, diffidano delle macchine fotografiche, hanno ben altro per la testa che il fascino del mercato.

Lungo il wadi, dove in un tempo lontano correvamo felici, è stato allestito un altro grande mercato. Sedute su stuoie, le donne dai tanti colori, accanto a uomini e ragazzini, copti e musulmani, vendono fingian, incensiere, fornelli, cesti, oggetti riciclati, sacchetti di spezie, collanine e bracciali di perline variopinte, lunghi abiti, fasci di legna, ombrelli per ripararsi dal sole. Ho sempre la sensazione che con molta pazienza e fortuna potrei trovare, su chissà quale stuoia, la collana di Sherazaade, perché Keren, per il viaggiatore incantato, sembra avvolta in un’atmosfera da mille e una notte.

Dalle botteghe degli argentieri e degli orafi, ai vicoli dove i sarti lavorano su vecchie macchine da cucire Singer, questa piccola cittadina, un tempo abitata e amata da molti italiani che vi hanno lasciato tracce nelle villette ornate da bouganville e in altri edifici, trasmette molte emozioni. Nel mercato della frutta e verdura il profumo degli zaituni sovrasta ogni altro odore. Un vecchio uomo che parla bene l’italiano mi offre delle arance, è là da sempre, e ogni volta che torno si ricorda e mi porge qualche frutto, parliamo, mi presenta il nipote, ora è grande e lo aiuta, e un bambino, un bisnipote che gioca accanto a loro con una trottola ricavata da una noce di cocco. Vado alla ricerca del tamarindo, dei frutti dei baobab, delle spezie esposte in abbondanza.

La sera, nella grande piazza centrale, nei momenti in cui Keren è avvolta da una luce dorata e si innalza nell’aria l’invito alla preghiera del muezzin, le mille voci degli uccelli sovrastano ogni altro rumore. Si riuniscono a grappoli sugli alberi della piazza, chissà cosa si raccontano. Alle prime ombre tacciono all’improvviso, come se un direttore d’orchestra impartisse un tacito ordine. Keren è colore, trasparenza della luce, del cielo, sospensione di un tempo che indugia.

Le ombre, quelle che gli incanti nascondono, si aggirano appena fuori dal centro, nei villaggi intorno alla città, tra le fatiche quotidiane del vivere o sopravvivere, negli sguardi della gente, nelle poche taniche d’acqua che servono per i tanti usi domestici, nelle ore trascorse sotto un sole implacabile per raccogliere quel poco che si è riusciti a seminare in terreni spaccati dal sole. Avvicinandomi a una modesta stanza in un luogo deserto, vedo una donna che lava degli indumenti in una tanica,  bambini seduti sulla soglia, una ragazzina sorridente che stende. I bambini mi guardano incuriositi, la donna mi fa un cenno di saluto e continua a lavare. Sono lontani dalla città, non ci sono altre abitazioni, soltanto un grande spazio di terra e polvere rossa,  aride montagne all’orizzonte. Anche questa è Keren, i suoi dintorni, la sua gente, dignitosa e tenace come tutto il popolo eritreo.

Testo di Erminia Dell’Oro

Foto di Massimo Bicciato

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