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IN TRENO VERSO MASSAUA

La stazione ferroviaria di Asmara non è lontana dal Caravanserraglio. Resta, oggi, la custode di un mitico treno a vapore, di una mitica littorina. Un signore eritreo di ottantacinque anni, alto, diritto, riceve i pochi turisti ai quali è offerta la possibilità di un emozionante viaggio sul treno, andata e ritorno fino a Nefasit, piccolo paese ai piedi del monte Bizen.

La prima tratta, disegnata dall’ingegner Eugenio Olivieri, venne costruita alla fine dell’ottocento per esigenze militari, e ultimata nel 1911.  Racconta, l’anziano ferroviere eritreo, le vicende della più straordinaria linea ferroviaria del mondo, soddisfa, con orgoglio e competenza, in un perfetto italiano, ogni curiosità. Lui sa tutto sulla storia della ferrovia Asmara Massaua, 118 chilometri di binari, 30 gallerie, 26 ponti e viadotti, partendo da più di 2400 metri di altezza per arrivare al mare. Il ferroviere, memoria storica, e i suoi colleghi, quasi coetanei,  hanno iniziato da ragazzini a lavorare nella stazione di Asmara, con passione, acquisendo sempre più professionalità. Oggi sono gli ultimi testimoni, e sono loro a mantenere in funzione i vagoni di quel treno che è  parte delle loro esistenze. Nei lunghi anni della guerriglia contro l’Etiopia, la ferrovia, in gran parte sventrata, era diventata un ricordo, su quel percorso andavano i cammelli, i buoi,  le pecore.  Dopo la liberazione, per volontà del governo eritreo il tentativo di rimettere sui binari, recuperati, il trenino sbuffante e la littorina con i divanetti di velluto rosso. E il ritorno al lavoro, con entusiasmo, dei macchinisti, degli operai.

Nell’ardita impresa della costruzione della linea ferroviaria da Asmara a Massaua , era coinvolto anche il fratello di mia nonna paterna, figlio dell’allora sindaco di Forlì, e capitato, non credo per caso, a dare un contributo all’immensa opera. E fu per lui che sua sorella si recò in Eritrea con la madre, tanto per salutarlo, per vedere come se la passava , il ragazzo, in quel paese così ignoto e lontano. Non sapeva, l’avventurosa viaggiatrice, che dopo un simile viaggio avrebbe incontrato ad Asmara l’uomo che in breve divenne suo marito. Con il conseguente addio alla sua Forlì, all’Italia,  affrontando, anche lei, la faticosa vita dei pionieri. Non li ho conosciuti i miei nonni paterni, non era facile, allora, e in Eritrea, arrivare al lontano pianeta della vecchiaia, o meglio, ci si arrivava molto prima che non ora.Uno dei giorni più belli vissuti da bambina, di quelli che restano come una sequenza di luminosi quadri nella memoria, portando l’eco di una profonda emozione, risale a quando avevo circa dieci anni. Mio padre mi accompagnò, prima dell’alba, alla stazioncina di Asmara, e mi mise sulla littorina, affidandomi a una bella e simpatica signora, amica di mia madre, che si recava, anche lei, a Massaua. Non avevo chiuso occhio quella notte. Sarei andata a Massaua, dai nonni materni, e avrei trascorso giorni di felicità nel mare pieno di meraviglie. E meraviglioso sarebbe stato il viaggio. Sul tetto della littorina, seduti con le gambe incrociate, e con grandi cappelli, mentre i poliziotti eritrei, armati di fucile, ci avrebbero coraggiosamente difeso, in  caso di attacchi degli sciftà. Sarebbe stata un’avventura non da poco, lo scontro con i banditi, e io una testimone diretta, chissà che emozione.

Il fischio della littorina in partenza, il papà che mi salutava con la mano e immagino dicesse “Fai la brava”, tanto per essere originale, e via la partenza.  Un primo tratto in pianura, alle prime luci del giorno, poi la visione del maestoso altopiano, montagne ricoperte di fichi d’India, tribù di scimmie curiose,  ed ecco la littorina  tuffarsi verso il basso, correre tra vertiginosi precipizi, attraversare buie gallerie,  passare sotto il monte Bizen, poi ancora giù, ancora ponti e gallerie. Una magica littorina che passava leggera nel vuoto, sospesa tra nuvole e baratri, e chissà che fatica avrebbero dovuto fare i banditi per arrivare all’assalto. Altro che Alice, avevo anch’io il cuore sospeso per l’incredibile viaggio, e una vaga speranza di uno scontro tra i nostri coraggiosi poliziotti e i gli scifta, che certo sarebbero fuggiti, o addirittura catturati. Avevo già in mente il racconto per tutti i parenti, meno male che mi ero salvata. Ma degli sciftà e del loro leggendario capo nemmeno l’ombra. Sempre più giù, paesini adornati dai fiori delle bouganville, da frutteti, da donne con abiti e veli di tanti colori, da uomini vestiti di bianco, turbanti e bastoni, bambini entusiasti alla vista della littorina, poi la piana, quella in cui, con molta fortuna, si poteva incontrare il fantasma. Ma per incontrare il fantasma della piana di Sabarguma, dicevano, si doveva passare sulla strada e non sulla ferrovia. Non si poteva avere tutto, il fantasma se ne stava, a quanto pare senza muoversi, in un punto ben preciso, lontano dai binari.

La piana si estendeva a perdita d’occhio, si avvertiva il calore, si vedevano cammelli e pastori, qualche gazzella, e un fondersi di sabbia e di cielo, l’ombra di un ruscello in secca, mentre la littorina, fischiando, divorava il paesaggio correndo verso il mare. Sembrava che anch’essa non vedesse l’ora di arrivare. A quel punto mi ero tolta il golfino, le calze, non volevo perdere tempo all’arrivo a Massaua. I nonni non avrebbero avuto il coraggio di negarmi un tuffo prima del pranzo. Mi aspettavano nella stazioncina di Taulud,  arrivavo sana e salva, niente assalti alla littorina. Salutavo con una certa reverenza i poliziotti che avrebbero potuto salvarci la vita, mentre loro mi indicavano le calze cadute in terra.

Quando guardo la littorina, nella stazione di Asmara, è come se vedessi un magico personaggio della mia infanzia, e vorrei vederla correre ancora, tuffarsi, fischiando, tra nuvole e baratri.Sono ancora andata, anni fa, sulla vecchia signora, fino a Nefasit, e negli anni scorsi, sempre fino a Nefasit (una volta anche fino a Massaua) sul trenino. Ho assistito alla meraviglia dei viaggiatori, persone che hanno girato mezzo mondo, ho visto il loro entusiasmo, sembravano ragazzi divertiti e stupiti, e alcuni di loro erano nonni. Sospesi tra montagne ricoperte di fichi d’india e stupefacenti precipizi,  nella luce di cristallo dell’altopiano, ammiravamo, emozionati, paesaggi che evocano solitudini e silenzi di tempi remoti, di cui, forse, si avverte un’ancestrale nostalgia.

Ed è in quei momenti, quando ho la fortuna di salire su uno dei due vagoni del trenino sbuffante, che vedo la figura alta e diritta di mio padre, in un giorno molto lontano, nella piccola stazione di Asmara. Mi saluta con la mano, e svanisce nell’oscurità che precede di pochi attimi l’alba. Non potevo sapere, allora, che il ricordo di  quei momenti sarebbe stato per sempre. Sono certa che l’anziano custode della littorina mi capisce. Allora lui era poco più che un ragazzo, e io una bambina, ci ignoravamo. Ogni volta che lo incontro, nella stazione, ci facciamo fotografare  insieme, è anche lui parte di questa storia, e io gli sono grata.

Testo Erminia Dell'Oro
Foto Massimo Bicciato

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