Diario di Bordo

Le perle dei Farasan

Il mare d’Arabia è sempre stato un mistero, una sorta di sogno irraggiungibile mitizzato con il trascorrere degli anni. Le poche informazioni le abbiamo ricavate dai racconti di anziani pescatori che, come ben si conviene quando si racconta di luoghi lontani e inaccessibili, non è mai chiaro quali siano i limiti tra realtà e leggenda; molto spesso però, innocenti leggende valorizzano maggiormente un luogo e quasi sempre la loro origine contiene un fondo di verità.  
L'anziano marinaio yemenita, incontrato in un bar di Port Sudan, ci parlò di splendide isole simili a lingue di sabbia bianca, contornate dall’acqua color smeraldo e abitate da colonie di uccelli e tartarughe. Queste isole venivano considerate un rifugio sicuro dai pescatori di frodo che si inoltravano nel mare saudita, con le loro barche malconce, con il rischio di una prigionia eterna nel caso in cui fossero stati ritrovati.

Mai avremmo immaginato un giorno di navigare in quei luoghi, vietati fino a poco tempo fa a chicchessia.
Mentre molliamo gli ormeggi e il piccolo porto militare si allontana, tutto muta. Incrociamo una enorme isola di origine corallina che si chiama Abu Latt, la teniamo sulla nostra destra e proseguiamo spediti verso il mare aperto. All’orizzonte minuscole perle si chiamano: Mar Mar, Dohra, Jadir, Malathu, Danak, Jabbara e altre ancora, tutte isole di origine vulcanica sul cui cratere si è sviluppata la barriera corallina e poi l’isola di sabbia candida. Inesorabilmente rapiti dalla magia di questi luoghi primordiali ci rendiamo immediatamente conto di trovarci in quel mondo sconosciuto ed inesplorato che avevamo sognato e immaginato. Su ognuna delle isole vivono colonie di uccelli marini che rendono i Farasan Bank, un paradiso naturalistico e uno dei luoghi più incontaminati e selvaggi del pianeta.


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