Diario di Bordo

Emozioni infinite a Brothers e Dadedalus

Tre perle incastonate nell’azzurro sconfinato di un mare che non smette di stupire e meravigliare,  riservando continue sorprese e immersioni da sogno. Questo è il mare delle Brother’s, che insieme     a Daedalus e Elphinstone  rappresenta il top delle destinazioni a livello mondiale, con le ineguagliabili barriere coralline ricchissime di ogni forma di vita e di colore. Ovunque è un tripudio di alcionari rosa, rossi, viola, bianchi, gialli, pareti che si inabissano a profondità da brivido, foreste di gorgonie come quelle di Little Brother, Daedalus ed Elphinstone. Per non parlare dei capolavori di corallo che madre natura ha forgiato con geniale maestria, in una bizzarria di forme e dimensioni frequentate da una moltitudine di piccoli e grandi pinnuti.

A El Akawein, I Fratelli nella lingua locale, le sensazioni e le emozioni si sprecano. Arrivare quaggiù non è roba da ragazzi, perché sette-otto ore di navigazione dalla costa possono non sembrare eccessive ma quando il vento impera e il mare si gonfia allora è tutt’altra storia. Cerotti e braccialetti o altre alchimie antinausea sono consigliati anche per marinai navigati, mentre per i subacquei si prospetta una buona palestra d’allenamento. Siete preparati a saltare sul gommone dallo specchio di poppa, centrando il momento di stallo fra un’onda e l’altra? Arrivare sul punto d’immersione con mare ben formato e tuffarvi come marines a gav sgonfio lavorando sodo di pinne per non trovarsi a rotolare sul reef? Imbattervi spesso con una corrente che ingigantisce le distanze e fa divorare la scorta d’aria, per raggiungere il drop-off dove ci attendono probabili incontri mozzafiato?  Se tutto ciò vi spaventa o non vi sentite idonei è meglio attendere in barca la clemenza del tempo, viceversa è giunto il momento di sfruttare appieno la vostra preparazione e da adesso le Brother’s vi danno il benvenuto nel regno delle emozioni.

Nel mio caso tali emozioni si sono trasformate nel corso degli anni in vera dipendenza e così, a un anno esatto di distanza e in piena “crisi d’astinenza”, riparto per la terza volta per ripercorrere nuovamente questo straordinario itinerario, insieme ad altri quindici fedelissimi del gruppo “I Vagabondi del Mare”, convinti girovaghi e fedeli compagni di tante avventure. Alla squadra si aggiungono Paola, Massimo, Pino e Stefano, conosciuti a bordo di Aldebaran, l’elegante M/Y di 36 metri che ci attende borbottando nelle placide acque di Porto Galib.
Togliamo gli ormeggi l’indomani mattina diretti a  Sha’Ab Marsa Alam per la check dive di ambientamento, una rilassante immersione intorno a -15 mt dominata da un fondale sabbioso     intervallato da colorati pinnacoli di roccia, popolati da una gran quantità di specie endemiche. Poco distante, adagiato sul fondo, troviamo il relitto di un M/Y affondato recentemente in seguito a un incendio di bordo. E’ rimasta la struttura lignea del fasciame da cui si delinea la conformazione dello scafo, e fra travi semidistrutte e cavi elettrici penzolanti nuota indisturbato un nutrito gruppo di triglie, che offre lo spunto per qualche scatto suggestivo. Sotto la chiglia scoviamo due pesci coccodrillo, mentre nelle vicinanze un banco di minuti barracuda gironzola incurante della nostra presenza.

Sono previsti altri due tuffi a Elphinstone, un reef divenuto leggenda nel mondo delle immersioni in acque Egiziane, oggi un po’ sottotono per la presenza incessante di subacquei, ma pur sempre caratterizzato da una barriera corallina  assolutamente integra e rigogliosa. Rientriamo a Marsa Galib per la cena e a tarda sera finalmente Aldebaran volge la prua a Nord, con onde al traverso che penalizzeranno l’intera navigazione durata oltre 7 ore.
All’arrivo le Brothers ci accolgono puntualmente con vento teso e mare mosso, provocando da subito alcune defaiances con attacchi di nausea e mal di mare, quasi a ribadire che qui non si scherza e che da adesso il gioco inizia a farsi impegnativo. Ancoriamo ridossati a Big Brothers, l’isola più grande che garantisce maggiore protezione dai marosi e contraddistinta da un vecchio faro che svetta fino a 40 mt. di altezza. Da quassù la visione è fantastica, l’isola assomiglia a una gigantesca nave in assetto di navigazione con la prua che si frange contro onde poderose e ovunque un mare sconfinato che si perde nell’azzurro del cielo, sotto il quale si celano preziosi tesori in attesa soltanto di essere scoperti.
Esploriamo quasi l’intero periplo dell’isola compresi i relitti dell’Aida e del Numidia, quest’ultimo certamente fra i più bei relitti del Mar Rosso, trasformato in un enorme giardino di corallo che dalla  poppa a -70 mt sale fino in superficie in prossimità del reef. Ho un debole per questa nave a vapore datata 1901, il cui destino beffardo ne provocò l’affondamento al suo secondo viaggio mentre era diretta a Calcutta. Forse a causa di un errore di manovra, cozzò violentemente sulla barriera e si incastrò inesorabilmente fra i coralli dove rimase per quasi 16 giorni,  agevolando così il recupero delle merci più importanti, e infine collassò inabissandosi di poppa.

C’è una sorta di rituale quando mi immergo sul Numidia. Dopo la capovolta dal gommone mi dirigo verso la poppa e mi fermo a una cinquantina di metri. Appoggio la custodia e mi soffermo, in totale solitudine, a osservare il profilo maestoso dell’intero bastimento che dal blu cupo svetta fino alla superficie. Non c’è uno spazio che non sia invaso da colonie di organismi, dalle forme bizzarre e dai colori sgargianti che esplodono in tutta la loro cromaticità quando sono raggiunti dalla luce. Mi sento ipnotizzato da tale bellezza ma d’improvviso il computer mi riporta bruscamente alla realtà. Risalgo lentamente godendomi ogni istante del mio girovagare in questo giardino corallino, cercando fra gli innumerevoli passaggi lo spunto per uno scatto inusuale e infine, prima di riemergere, l’ultima occhiata d’intesa con la  “mia” nave con la promessa di un sicuro ritorno.
Nel pomeriggio ci immergiamo a Punta Sud di Big Brother. Si scende a ridosso del reef, seguendo la parete caratterizzata da un susseguirsi di piccoli plateau madreporici in cui abbondano alcionari di mille forme e colori e tanto pesce di barriera insieme a qualche esemplare imponente di Napoleone e, intorno ai -35, una gorgonia gigantesca protrae i suoi rami nella corrente come una gigantesca mano. Nel blu si scorgono carangidi e barracuda, qualche tonno saetta velocissimo si avvicina incuriosito, mentre un paio di grigi se ne stanno indisturbati più in la a distanza di sicurezza.
Il mattino successivo il vento è più debole e il mare si sta calmando. Ci  spostiamo a Little Brothers, un     
minuscolo lembo di terra arsa dal sole ma caratterizzato da un ambiente marino straordinario, forse fra i più belli al mondo. Le pareti che strapiombano nel blu, con i colori e i soft coral ovunque, le foreste di gorgonie gigantesche, gli enormi rami di corallo nero, i grandi ombrelli di acropora e le svariate specie di madrepore che occupano ogni centimetro di roccia, generano nell’insieme una miscela di emozioni che inebriano i sensi. Per non parlare dei suoi abitanti, dalle minute castagnole rosse che brulicano negli strati superficiali del reef, alle tante specie di barriera come i pesci chirurgo, pagliaccio, balestra, sergente, murene, razze e quant’altro di rappresentativo delle batimetriche intermedie. Ma lo spettacolo continua. Ecco l’elegante volteggio delle mante, gli argentei caroselli di barracuda e carangidi, i guizzi  veloci dei tonni, l’inconfondibile silhouette del delfino, e infine sua maestà lo squalo. Volpe, grigio, seta, longimanus e martello si possono avvistare con una certa frequenza mentre è più sporadica ma non impossibile la presenza del tigre e del balena, come è avvenuto nella stessa crociera del 2009.

Si potrebbe restare alle Brothers per settimane, con la certezza che ogni immersione possa riservare piacevoli e inaspettate sorprese. Invece la tirannia del tempo non perdona, ed è giunta l’ora del commiato dai mitici Fratelli che salutiamo non senza un velo di malinconia.
Si parte quindi per Daedalus, un magnifico atollo nato sul cratere di un vulcano sommerso e sul quale è stato eretto un faro presidiato dai militari. Arriviamo dopo dieci ore di navigazione quando è ancora l’alba, ma il rumore dell’ancora che sfila e il vociare dei ragazzi che manovrano all’ormeggio sono un invito ad alzarmi. Ancoriamo in prossimità della banchina di accesso al faro, e dal ponte superiore della barca la scenografia è di quelle che tolgono il fiato, dominata dal mare cristallino che si perde nell’orizzonte tinto di rosa, dal faro che svetta dinanzi prepotente e da due Longimanus che ci danno il benvenuto gironzolando tranquilli, si fa per dire, tra le barche presenti sul posto. Daedalus è soprattutto il regno degli squali martello e i suoi fondali sono estremamente interessanti in qualsiasi versante ci si immerga. Bellissime pareti che scendono a precipizio  tappezzate da  alcionari  variopinti che abbondano ovunque, grandi ventagli di gorgonie che alle quote più profonde raggiungono dimensioni esagerate, molto pesce stanziale e tanto pelagico, con una presenza costante di barracuda e carangidi in primo luogo. Il tuffo di inizio è sulla punta Nord, dove la  corrente è più frequente. Ci scostiamo dal reef e planiamo nel blu fino a -40mt dove un martello in avanscoperta si materializza velocemente dal fondo, compiendo qualche breve evoluzione in atteggiamento curioso e sospetto, per poi dileguarsi frettolosamente. Ci attardiamo nella speranza di un nuovo incontro, e quando ormai rassegnati iniziamo a riprendere quota, ecco prendere forma le sagome di quattro esemplari che improvvisano un carosello di risalite e improvvise puntate più profonde, facendoci dimenticare i nostri limiti di     autonomia che ci impongono invece un’immediata risalita.

L’eccezionalità di Daedalus è data non solo dalla presenza regolare degli squali martello, ma anche per il costante passaggio dei Longimanus, dei quali occorre non sottovalutarne l’indole particolarmente curiosa e a volte aggressiva. L’esperienza vissuta personalmente ne è un’eloquente testimonianza. Al termine di un’immersione sulla parete Nord, poco prima di risalire sul gommone, un esemplare si è  avvicinato ad andatura spedita attirato dalle  gambe del mio compagno e in atteggiamento per nulla pacifico. Disturbato dalla nostra reazione ha reagito con un’improvvisa deviazione seguita da un fulmineo dietrofront, puntando deciso nella mia direzione. Fortunatamente, tra qualche pinnata e un colpo di custodia sul muso si è allontanato di quel tanto da permetterci di risalire prontamente a bordo, accolti dagli sguardi attoniti degli altri sub che avevano assistito impotenti alla scena.

Emozioni a non finire per questo indimenticabile viaggio ormai giunto al termine, ma prima che Aldebaran rientri a  terra ci attendono le ultime due discese sul plateau nord di Elphinstone dove, nonostante la massiccia presenza di subacquei, ogni incontro è ancora  possibile.

Renato La Grassa

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