Diario di Bordo

Incontro con il dugongo

Ormeggiati all'interno della della Marsa di Abu Dabbab, avvolti da quel silenzio profondo che il mare ci regala di notte quando ormai tutte le barche hanno spento i loro rumorosi compressori, l'unico flebile rumore è dato dalle onde che si infrangono contro le paratie della barca e dal leggero vento che spira costante. Siamo sdraiati sulla delfiniera della nostra barca a fissare le stelle, che a questa latitudine sono un vero spettacolo, quando improvvisamente udiamo uno sbuffo provenire dalla superficie del mare. Pensiamo subito ad un branco di delfini curiosi attratti dai rumori provenienti dalle barche all'ormeggio. Ma a pensarci bene lo sbuffo appena udito ha qualcosa di particolare, di nuovo, come se provenisse da un mammifero.

Lo sbuffo è stato immediatamente seguito da un tonfo simile a quello di un grosso animale che si immerge. Ci addormentiamo senza avere ricevuto nessuna risposta, ma in fondo sappiamo bene il mare gioca spesso questi scherzi e nel silenzio assoluto ogni minimo rumore può essere confuso. Ma quando all'alba del giorno dopo ci apprestiamo a salpare per dirigerci fuori dalla marsa di Abu Dabbab, il sole che illumina la superficie della baia ci svela la risposta ai dubbi delle sera precedente: si tratta di un dugongo, animale timidissimo, quasi ridicolo per la sua goffaggine. Chiamato anche "vacca del mare" perchè vive in zone ricche di alghe che bruca nelle ore notturne, il dugongo è un mammifero marino che appartiene alla famiglia dei sirenidi e che in passato popolava numerosi le zone paludose del Mar Rosso. Negli ultimi anni se ne erano perse le tracce soprattutto nelle acque egiziane dove per molto tempo è stato cacciato senza nessun ritegno. Capitava spesso di trovarne alcuni esemplari imbalsamati e usati come ornamento fuori dalle abitazioni dei pescatori, come se si trattasse di un trofeo di chissà quale importanza. In fondo il grosso dugongo non è mai interessato a nessuno.

Ci caliamo silenziosi in acqua e lui è lì di fronte che ci guarda con quell'espressione stupita e ridicola, appoggiato con le pinne anteriori sul fondo di sabbia; ci domandiamo cosa c'entri un animale del genere con il mondo marino che tutti ci immaginiamo, ma con il passare del tempo veniamo ammaliati dalla simpatia di questo animale che da oggi sarà molto meno misterioso. Questo dugongo è la speranza che molto presto ne incontreremo molti altri che possano tornare a fare parte del nostro immaginario subacqueo.

 I sirenidi, che sono divisi in due famiglie, trichechidi e dogongidi, non meritano in realtà il nome loro assegnato perchè sono esseri brutti e sgraziati, che possono ricordare una donna-pesce solo perchè hanno mammelle pettorali. La testa è massiccia, con occhi velati dai prodotti delle ghiandole lacrimali. Il collo è ridottissimo, mentre il tronco si restringe a cono verso l'estremità, terminando in una pinna caudale orizzontale il cui bordo è continuo nei trichechidi, mentre è diviso in due lobi dei dugongidi.

Gli arti anteriori sono molto brevi, a sezione circolare, e all'estremità si allargano a formare due pinne capaci di un nuoto lento e pesante. Gli arti posteriori mancano invece del tutto. Il corpo è ricoperto da pelle molto spessa che riveste a sua volta un grosso pannicolo adiposo. I peli mancano, a eccezione di grosse setole impiantate sul labbro superiore, come ridottissimi baffi.

Questi animali non sono solo pigri nei movimenti, ma anche ottusi nei sensi. Vivono in acque sia salmastre sia dolci, in luoghi ricchi di vegetazione e di alghe che brucano di notte; sicchè li si è anche soprannominati vacche marine. In un moderno e rinnovato trattato di iconologia li si potrebbe assumere come emblemi di pigrizia e ottusità.
Sono molto timidi e timorosi, e al minimo segnale di pericolo si rifugiano sott'acqua dove possono resistere fino a mezz'ora e più 

Tratto da Acquario di Alfredo Cattabiani - Edizioni Mondadori

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