Luoghi

Massaua

La “Perla del Mar Rosso”, così è da sempre stata denominata la bellissima Massawa, ma oggi del suo glorioso passato rimangono soltanto molti ricordi e i segni di una guerra che ha reso Massawa il fantasma di se stessa.
Il clima torrido per sei mesi all’anno, da fine aprile a ottobre, trasforma le sue notti in una autentica sarabanda: le strade e i tetti della città diventano immensi e colorati dormitori di persone che abbandonano le proprie abitazioni e trascinano le brande alla ricerca di refoli di vento di un’impossibile refrigerio all’aria aperta. Massawa è una città intrigante e difficile da accettare; sicuramente molto bella e affascinante. La città porta i segni indelebili e inconfondibili della distruzione e della violenza: per un anno intero dal 1990 ai primi mesi del 1991, i Mig etiopici, armati con bombe a frammentazione israeliane, la bombardarono senza un attimo di tregua. Non rimase quasi nulla in piedi: il porto devastato, le cupole delle chiese e i palazzi sventrati, i tetti delle abitazioni demoliti, i portici bianchi ridotti a un colabrodo. Chi visita Massawa oggi, incontra una città con pesanti ferite, ma non può immaginare nemmeno lontanamente come fosse ridotta quella notte di aprile del 1991 quando, per l’ultima volta, gli aerei si abbatterono violentemente sull’isola.
E’ sufficiente osservare le rovine del vecchio palazzo del governatore, il serraglio di Massawa, per rendersi conto di ciò che rimane di quel meraviglioso edificio, oggi soltanto il simbolo della violenza che ha devastato la più bella città del Mar Rosso.
Massawa oggi cerca lentamente di rinascere e di riscoprire giorno dopo giorno le sue antiche gloriose origini ma la strada è ancora lunga e tortuosa.
Il suo nome in tigrignà, Mitswa, suona come “il richiamo”, “chiamare” ma per molti eritrei Massawa è ancora Bazh, antico nome di questa straordinaria città.


STORIA
Non è certo che gli accenni di Stradone e di Tolomeo a un villaggio che sorgeva sulla terraferma si riferissero a Massawa, sicuramente invece, nell’891 il geografo arabo al-Yaqubi descrisse un villaggio, non lontano dal più famoso porto axumita di Adulis, che potrebbe essere Massawa. Incursioni axumite contro gli arabi, scatenarono la vendetta dei mussulmani, che attaccarono le isole Dahlak e minacciarono sbarchi sulla terraferma. Alcuni abitanti della costa decisero allora di rifugiarsi sulle vicine isole, piatte e madreporiche, situate davanti alle penisole di Gheràr e Abd el-Càder, più difendibili dalle scorribande arabe. La più piccola di queste isole, e la più lontana dalla terraferma, era Massawa.
La più vicina era Taulud (la lunga). Nell’aprile del 1520 le isole di Massawa furono occupate dai portoghesi accorsi in difesa dei regni cristiani dell’altopiano, ma gli abitanti erano già fuggiti nella vicina Hirghigo. Il dominio portoghese fu di breve durata, e nel 1526 gli europei avevano già abbandonato le isole. Trent’anni più tardi, nel 1557, Massawa cadde definitivamente in mano ai turchi, che ne volevano fare la testa di ponte per la conquista dell’altopiano. Impresa superiore alle loro forze, essi mantennero l’influenza di Massawa, ma decisero di non impegnarsi in questa frontiera troppo lontana e irrilevante del loro impero. I pascià turchi presero dimora nel più importante scalo di Suakin in Sudan, e lasciarono l’amministrazione a una potente famiglia della costa, i Balau di Hirghigo.
Fu un potere che durò tre secoli. Nel 1790, il viaggiatore scozzese James Bruce, definì Massawa “una piccola isola”, ma non gli sfuggì che si trattava di un porto sicuro e con un buon futuro. Nel 1830 la città aveva 1500 abitanti quasi tutti mercanti stranieri, mentre la rivale Hirghigo ne aveva un migliaio. I turchi, alla fine del loro periodo imperiale, passarono, i diritti di Massawa agli egiziani: l’11 maggio 1856 la Sublime Porta cedette la costa eritrea a Ismail, futuro khedive d’Egitto, che fece occupare la città nel 1872.


Fu un periodo di grande fervore per Massawa e le due isole furono finalmente allacciate alla terraferma con lunghe dighe in muratura; 300 metri da Massawa a Taulud, 950 metri fra quest’ultima e la terraferma di Edaga Berai. Il pascià Muzinger, singolare e bell’avventuriero svizzero, uno dei primi esploratori della Dancalia, costruì il serraglio, il palazzo del governatore sulla punta estrema di Taulud. Nuove idee furono attuate negli anni da molte diverse nazioni, finché gli inglesi, determinati a eliminare la crescente influenza francese nella regione, specialmente dopo l'apertura della ferrovia Djibouti /Addis Abeba, tolsero l'Eritrea agli egiziani nel 1882 consegnando il territorio agli italiani nel 1885. Massawa divenne così la prima capitale della neonata colonia italiana, finché questa fu definitivamente spostata ad Asmara nel 1897 a causa del suo clima insopportabile che convinse il governo coloniale a traslocare l’amministrazione sul più fresco altopiano. Massawa, semidistrutta da un terremoto nel 1921, ebbe un grande sviluppo con la preparazione dell’attacco all’Etiopia: in sette mesi, fra il 1935 e il 1936, attraccarono a Massawa 554 navi, sbarcarono 271.000 uomini e 12.000 autoveicoli. Erano i giochi di guerra dell’Italia in Africa. L’annessione all’Etiopia, dopo il periodo coloniale, non fece altro che fomentare un latente dissidio che culminò, alla fine degli anni ’60, in una violentissima guerra durata fino al 1990, anno in cui Massawa venne ripetutamente bombardata e distrutta dall’aviazione etiope. Pochi anni di indipendenza e di apparente amicizia tra i due paesi non hanno cancellato gli antichi contrasti che hanno portato recentemente alla ripresa delle ostilità nell’ambito di guerra che pare di dover definire infinita, giacché a tutt’oggi non se ne intravedere la soluzione.


LA COLONIZZAZIONE ITALIANA
L'occupazione italiana di Massawa avvenne pacificamente il 5 febbraio 1885, da parte di un corpo di spedizione di 1500 bersaglieri agli ordini del colonnello Tancredi Saletta, anche con il beneplacito della Gran Bretagna, la quale l'aveva addirittura sollecitato. Servendosi degli italiani, gli inglesi miravano ad attenuare il raggio d'azione dei francesi in Africa ed a reprimere la rivolta suscitata in quegli anni nel vicino Sudan dagli indipendentisti seguaci di Mohamed Ahmed detto il "Mahdi". Le proteste del Cairo e di Costantinopoli non ebbero eco in Europa e la guarnigione egiziana, che non aveva opposto resistenza all'occupazione, fu rimpatriata alla fine dell'anno. Seguirono, il 12 febbraio, l'invio di un altro contingente di militari (42 ufficiali, 920 soldati) ed una terza spedizione il 24 febbraio.
Nel corso dei tre mesi successivi, le truppe italiane occuparono tutta la fascia costiera tra Massawa e Assab.

A SPASSO PER LA CITTA’
A Massawa bisogna passeggiare senza meta al tramonto, di sera, al mattino presto, sicuramente non nelle ore centrali della giornata. Massawa è una città da afferrare per i suoi odori, per il suo caldo torrido, i suoi profumi, la sua gente e i suoi sudori. Il cuore di Massawa è un continuo susseguirsi di impressioni: i portici bianchi della banchina, la vecchia via Roma che penetra fino al vecchio bazar coperto, il piccolo souk della verdura situato in una piazza centralissima, il buon caffè tradizionale sotto i rampicanti della Massawa Cafeteria. E poi ancora il porto, la grande piazza con la moschea, l’altra piccola moschea situata a ridosso del porto, il palazzo della vecchia Banca d’Italia centrato dalle bombe, posto davanti ai cancelli del porto. Inutile consigliare un itinerario per visitare la città: Massawa non lo consente. Basta perdersi nelle sue strade e, a poco a poco, si incontreranno tutti questi palazzi, costruzioni che emergono come fantasmi dalla grande calura. Bisogna camminare sui marciapiedi della diga che porta a Taulud per osservare i sambuchi, l’allineamento delle gru nel porto, le navi attraccate alla banchina, quello strano obelisco in mezzo al mare che ricorda tragedie aeronautiche del tempo delle colonie, per affondare ancora di più nell’atmosfera di Massawa.


Tutti i posti sono raggiungibili a piedi, ma dopo un pranzo sostanzioso a base di pesce cucinato in stile arabo, servito con pane e "tandor" accompagnato con karkadeh - una deliziosa bibita rinfrescante che sa di ribes - una camminata per ritornare all'albergo per riposarsi potrebbe risultare già uno sforzo notevole. Sono disponibili autobus e taxi oppure è possibile noleggiare una bici. Quella che una volta era considerata tra le più affascinanti città del Mar Rosso, oggi può offrire al visitatore ben poche testimonianze del suo splendore passato: palazzi semidistrutti dalle bombe lasciano ancora intuire i segni dei diversi stili architettonici che si sono succeduti nei secoli sotto le diverse dominazioni. L’ora magica del tramonto disegna i contorni di una città fantastica, mentre la temperatura, quasi insopportabile durante il giorno, cede di fronte alla leggera brezza serale, che consente finalmente di uscir fuori e passeggiare per le sue strade senza una meta precisa, avvolti dagli intensi aromi delle spezie sui bianchi dei mercati. Raggiunti i bianchi porticati che conducono al porto, scrutando all’orizzonte in direzione della diga fra Taulud e Massawa, lo sguardo si fissa su una lunga striscia di terra dalla sabbia bianchissima: è l’isola di Sheik Said, denominata Isola Verde per la presenza di mangrovie, un tempo meta preferita dei villeggianti di Massawa. Passeggiare da soli sulla battigia delle infinite spiagge deserte, belle come, se non di più le migliori spiagge nel resto del mondo. Poi sedersi, guardare e immaginare.


IL CLIMA
Il clima di Massawa, essendo la città situata sulla costa del Mar Rosso e relativamente vicina all'equatore, è caldo tutto l'anno; la stagione più fresca è tra ottobre e marzo, probabilmente il periodo migliore per visitarla. In ogni modo, essendo Massawa una città di isole, la brezza del mare non manca mai, ed i migliori alberghi sono forniti di ventilatori e condizionatori d'aria. E poi, il calore è relativo. I turisti non visitano Massawa per stare al chiuso. Sono lì per andare in giro, per conoscere la storia e per visitare il posto, pescare ed immergersi nelle acque delle isole dell'arcipelago delle Dahlak, purché riescano in qualche modo ad allontanarsi dalla città.

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