Navi Sommerse

Anfore Sataya

Località Sataya (Sud Egitto)
Distanza dalla Costa 12 miglia
Tipo Nave trasporto
Nazionalità romane
Cantiere sconosciuto
Varo sconosciuto
Data Affondamento presunto I sec. A.C.
Causa Affondamento sconosciuta
Lunghezza nessuna
Larghezza nessuna
Stazza sconosciuta
Propulsione vela
Motori no
Eliche no
Posizione assetto navigazione
Profondità minima e max. 12 metri
Profondità max consigliata 12 metri
Visibilità da media a buona
Corrente bassa probabilità
Difficoltà semplice
Esplorazione Interni no
Interesse Storico elevato
Interesse Biologico medio
Interesse Scenografico elevato
Ora migliore sempre
Notturna si
Snorkelling si

NAVE

Le anfore rappresentano il principale contenitore utilizzato nell’antichità per trasporti navali sia marittimi che fluviali. Lo studio delle caratteristiche tecnologiche e composizionali del corpo ceramico costituente le stesse anfore permette di ottenere informazioni riguardo alla zona di approvvigionamento delle materie prime utilizzate per la loro fabbricazione e, quindi, riguardo alla loro provenienza ed alla rotta seguita dalle navi. Tutte le anfore sono del tipo Dressel 2-4, le forme e le misure rilevanti non lasciano dubbi a tale proposito. Il corpo ceramico La maggior parte delle anfore Dressel è ottenuta da un impasto costituito da una argilla calcarea con smagrante a componente mista sedimentaria (calcareniti) e vulcanica (sanidino, augite, biotite e rocce trachitiche) quest’ultimo riconducibile, come area di provenienza, all’Etruria Meridionale. Solo due anfore sono caratterizzate da impasti ottenuti con argilla a basso contenuto calcareo e smagrante sedimentario riconducibile ad una area situata nell’Etruria settentrionale, dove sono state individuate anche alcune delle fornaci utilizzate per la fabbricazione di questi manufatti. Queste anfore presentano caratteristiche strutturali diverse (minor quantità di smagrante e minor porosità) mentre non si notano nette differenze nella cottura che risulta in tutti i casi effettuata in ambiente ossidante ed a temperatura elevata (800-900°C). Ad un esame macroscopico le pareti interne delle anfore appaiono rivestite da un materiale che, nella quasi totalità dei casi, appare di colore giallo-ocra e di consistenza polverulenta Il contenuto Da analisi preliminari risulta che alcune delle anfore contenevano pigmenti rossi quali realgar e ocra rossa. Il primo è un solfuro di arsenico conosciuto nell’antichità come sandaraca (o sandaracha) la cui provenienza è attribuita da Vitruvio a Ponto, presso il fiume Hispanis, e da Plinio all’Isola di Topazos (l’attuale Zabargad), nel Mar Rosso. L’ocra rossa era un pigmento di uso comune e poteva avere provenienze diverse, ma i prodotti migliori, secondo gli stessi autori, provenivano dalla città di Sinope, nel Ponto. Non è stata rilevata la presenza di sostanze lipidiche riconducibili al contenimento di oli ed inoltre, nelle condizioni sperimentali usate, non sono state riscontrate tracce di acido tartarico, indice di un residuo di vino. Le anfore rappresentano il principale contenitore utilizzato nell’antichità per trasporti navali sia marittimi che fluviali. Lo studio delle caratteristiche tecnologiche e composizionali del corpo ceramico costituente le stesse anfore permette di ottenere informazioni riguardo alla zona di approvvigionamento delle materie prime utilizzate per la loro fabbricazione e, quindi, riguardo alla loro provenienza ed alla rotta seguita dalle navi.


STORIA

A testimonianza degli scambi commerciali che avvenivano in questo mare sin dall'antichità, nel 1992 sono state rinvenute venti anfore romane, adagiate su un fondale sabbioso a -12 metri di profondità. Purtroppo, lo scafo dell'imbarcazione è stato completamente distrutto dalle correnti e dal moto ondoso, ed è quindi difficile recuperare informazioni sul tipo di natante che le trasportava. Quando l'Egitto entrò nell'orbita romana, furono realizzati ed ampliati numerosi porti con l'intenzione di potenziare i commerci verso le coste meridionali dell'Africa e dell'Oriente, si sviluppò così un'intensa attività navale dal Mar Rosso verso l'Italia e la capitale dell'impero. I prodotti più richiesti da Roma erano i papiri, le spezie, l'incenso e i minerali pregiati, ma allora ancor più d'oggi, la maggior minaccia per il flusso dei rifornimenti erano i reef del Mar Rosso, che furono causa di numerosi naufragi. S'ipotizza che le anfore appartenenti all'imbarcazione naufragata all’interno della laguna di Sataya, fossero destinate al trasporto d'acqua dolce e derrate alimentari per il sostentamento degli uomini addetti all'estrazione delle olivine sull'isola di Zabargad. Il contenuto numero di anfore presenti al momento della scoperta, fa supporre che si potesse trattare di un natante di piccole dimensioni, probabilmente destinato per rifornire l’isola dalla costa. Il fondo di coralligeno duro non sembra aver consentito l’insabbiamento e la relativa conservazione dello scafo.


PIANO IMMERSIONE

La zona d'immersione si trova al riparo di un piccolo ridosso costituito da una serie di pinnacoli madreporici, situati sul versante orientale della laguna di Sataya dove il fondale sabbioso crea un'ampia distesa tra i -10 ed i -15 metri. Osservando le anfore dalla superficie si ha il primo impatto con la tragedia, lo scafo probabilmente in avaria o alla ricerca di un ridosso, andò ad urtare violentemente contro la barriera corallina e affondò. Le anfore al momento del loro ritrovamento erano tutte intere disposte in uno spazio ristretto di circa una ventina di metri per cinque, raggruppate al centro del campo di cui le prime a solo 3 metri di distanza dalla barriera mentre le ultime più isolate a 15 metri circa. Qua e là frammenti di altre anfore. Appena immersi si noterà un primo nucleo dove sono concrezionate l'una all'altra una decina d'anfore, se ne individuano poi altre poco distanti; la tipologia degli oggetti è varia, ma tutti sono riconducibili alle forme delle anfore vinarie d'epoca repubblicana. L'immersione è molto semplice, poiché la ridotta profondità e l'assenza totale di correnti, permette d'osservare nei dettagli questo singolare e importante ritrovamento archeologico. L'esplorazione del fondale non offre particolari aspetti naturalistici, ma risulta sicuramente molto emozionante considerare che si è in presenza delle più antiche anfore romane mai rinvenute in Mar Rosso. Purtroppo in questi ultimi anni il numero delle anfore è notevolmente diminuito, in quanto alcune di loro sono state volutamente rotte nello stupido tentativo di cercare chissà quali tesori nascosti, un atteggiamento sconsiderato e privo d'ogni pur malaccorta motivazione, si raccomanda quindi di non alterare ulteriormente quest'importante e fragile testimonianza archeologica.

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