Diario di Bordo

Oasi ai confini con la Libia

Duecentottanta chilometri su un nastro d’asfalto immerso nel deserto dividono la caotica città del Cairo dalla quiete dell’oasi di Bahariya. Abbiamo lasciato alle spalle il caos della metropoli per immergerci nella pace delle oasi situate a ovest del Nilo. “The great sand sea” ovvero il grande mare di sabbia sarà l’artefice principale di questa avventura che inizia lunedì 20 maggio con il sole a picco sulle nostre teste. All’orizzonte scorgiamo una fantastica isola verde in mezzo al grande mare di sabbia, dopo ore di guida nell’assoluta piattezza del deserto, l’oasi di Bahariya sembra un miraggio. Un mare di palme e fonti dall’acqua cristallina che sgorgano all’interno di ampie piscine dove a turno i bambini del villaggio vanno a rinfrescarsi e a giocare. Il rumore di un’automobile che passa distante interrompe una quiete magica, da queste parti regna il silenzio assoluto e ogni minimo rumore rimbomba come una cassa acustica. I contadini nell’oasi vivono seguendo i ritmi dettati dalla luce, usano asini o al massimo le biciclette per raggiungere i campi da coltivare. Da qui comincia il “Black Desert” un’immensa distesa di sabbia color ocra con la superficie rivestita da un minerale ferroso di tonalità scura, da cui l’appellativo di deserto nero.

 All’interno dell’oasi la temperatura è mitigata dalla lussureggiante vegetazione e dall’acqua che sgorga ininterrottamente come un fiume in piena. L’acqua è linfa vitale preziosa più dell’oro e questa gente è ricca perché dispone di questo bene. E poi questa è acqua ricca di minerali, terapeutica e al tempo stesso sembra contenere una pozione magica che permette la crescita di qualsiasi tipo di frutta e verdura. Il vecchio paese inerpicato su una altura domina dall’alto la pianura dove i fitti palmizi nascondono i tesori dell’oasi. Ci immergiamo nella magia del deserto nero, poco fuori Baharya, una pista poco battuta ci conduce nel cuore del silenzio, soltanto il rumore del vento filtra attraverso le fenditure della roccia. Baharya è già alle nostre spalle, con le ultime luci del tramonto e il sole che velocemente si nasconde dietro le dune, in lontananza intravvediamo le luci dell’oasi di Farafra. Trascorriamo la notte nel piccolo albergo El Badawiya situato proprio alle porte dell’oasi, domani mattina alle cinque ci inoltreremo nel “White Desert” per ammirare lo spettacolo del deserto bianco. Una distesa di pietra bianca con spettacolari monoliti erosi dal vento simili a iceberg che s’innalzano dalla superficie bianca mentre il sole che sorge accende queste spettacolari sculture dalle forme più curiose, in breve tempo si materializzano figure di re e regine, di animali e di tutto quello che l’immaginazione può produrre. Pochi chilometri di deserto e raggiungiamo una zona denominata “Mashrooms” i funghi, veri e propri monoliti a forma di fungo disseminati nel deserto bianco. Ormai il sole è alto e la temperatura comincia a diventare insopportabile, rientriamo all’oasi e attendiamo l’ora giusta per dirigerci nel “Great Sand Sea”, circa un’ora di jeep a Sud Est di Farafra.

 Ci inoltriamo nel grande deserto dove regna sovrana la sabbia color ocra, raggiungiamo una spettacolare catena di dune che si perdono a vista d’occhio. Questo è il deserto che ci immaginiamo, con il vento che spazzola la cresta delle dune e ne disegna la superficie, queste dune vengono chiamate “dune seif” che in arabo significa scimitarra. Il vento ha creato dei lunghi festoni di dune con creste affilate appunto a forma di scimitarra. Cambiano continuamente forma in funzione delle variazioni e della direzione dei venti, ma mantengono sempre la caratteristica di presentare creste affilate serpentiformi. Mauro si diverte a far volare il suo aquilone, il vento sulla cresta delle dune è quanto di meglio si possa richiedere. Assistiamo alla magia del tramonto e all’apparizione di Venere, il primo pianeta che compare nella volta celeste. Dopo cena raggiungiamo le “Hot Springs” di Bir Seta, sorgenti di acqua sulfurea dalle quali sgorga un’acqua che supera i 40° di temperatura. Alle prime luci dell’alba ci dirigiamo verso l’oasi di Dakhla, nei 300 chilometri che separano Farafra da Dakhla, il deserto muta continuamente aspetto, la luce lo disegna in tutte le sue forme, tratti montagnosi si alternano a zone completamente piatte. L’oasi di Dakhla è costituita da 16 villaggi tra cui Qasd Dakhla, costruita sulle fondamenta di una città romana, è sicuramente il villaggio più antico dell’oasi e quello che ha mantenuto un’architettura più tradizionale. Stretti vicoli coperti, palazzi d’argilla di tre o quattro piani con porte e finestre in legno scolpito, minareti con strutture di sostegno in legno di palma, purtroppo la maggior parte di queste costruzioni sono in stato d’abbandono. A poca distanza, nel piccolo paese di Beid Khuolo, vive la famiglia di Ahmed, il nostro carissimo amico con il quale abbiamo intrapreso questo meraviglioso viaggio. Raggiungiamo l’abitazione di Ahmed dove troviamo ad attenderci la sua numerosissima famiglia; con loro trascorreremo due giorni di assoluto riposo durante i quali abbandoneremo completamente la nostra jeep per muoverci a bordo di un carretto trainato da un simpaticissimo asino. In queste giornate che sembrano eterne per la loro intensità, ci dedichiamo esclusivamente al contatto umano con i Fellahin, nome con il quale vengono indicati i contadini. Gente semplice che vive per la loro terra, coscienti di possedere la più grande ricchezza che un uomo possa pretendere dalla vita ovvero l’acqua. E’ proprio grazie all’acqua che la loro terra è ricca e florida all’inverosimile. Con il nostro carretto attraversiamo campi dove cresce di tutto: filari d’uva si alternano a distese di uliveti, immensi orti nei quali cresce qualsiasi tipo di verdura, sono affiancati da alberi da frutta di mele, manghi, albicocche. All’orizzonte il deserto quello vero e sotto di noi sorgenti d’acqua che alimentano questo paradiso. L’acqua è ovunque, sgorga da ogni buco; anche qui piscine d’acqua sulfurea sono il luogo di ritrovo di tutti i bambini del villaggio e noi insieme a loro. Lasciamo Dakhla con una grande malinconia, dovevamo partire all’alba ma non riusciamo a staccarci da questa gente con la quale abbiamo trascorso le nostre giornate. Ci hanno ospitato, ci hanno rifocillato ma soprattutto ci hanno ricordato che i veri valori della vita sono quelli che stiamo lentamente e inesorabilmente perdendo ovvero la semplicità. Il resto del viaggio passa sopra le nostre teste senza lasciare grosse tracce. Per la cronaca, da Dakhla raggiungiamo l’oasi di Kharga dove trascorriamo la nostra ultima notte, abbiamo lasciato troppo alle nostre spalle per avere ancora la forza di apprezzare con la stessa intensità quello che ci offre questa oasi. La tappa successiva sarà Luxor e poi Hurghada da dove siamo ripartiti per tornare al punto di partenza del nostro viaggio. Rientriamo in Italia con la consapevolezza di avere vissuto una esperienza unica e indelebile e soprattutto avere avuto la fortuna di incontrare persone sconosciute ma fuori dal comune.

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